Maratona di Reggio Emilia

 

Domenica c’è stata la maratona di Reggio Emilia, tanta gente e tanti amici e una di questi amici, alla sua prima maratona ha riportato un commento di un’altra amica (sì sembra una catena di sant’Antonio ma tranquilli è già finita) che per semplicità vi riassumo in: “ok brava corri per tanta gente, ma per te no?”. Ecco io a Reggio ho corso come sempre con tanti pensieri e persone in testa ma forse per la prima volta principalmente per me stesso.

 

Niente pretattica come tanti runners della domenica fanno, niente “dolorini” dell’ultimo minuto, niente mani avanti insomma. Mi ero preparato bene (considerando che mi preparo con le mie indicazioni da ignorante in materia), non solo per correre ma per farlo al mio limite massimo (almeno al momento). Era dall’inizio dell’anno che avevo quel numero in testa 3:29:59. Per qualcuno è addirittura un limite oltre il quale ti è permesso parlare di corsa, prima no. Non commento se no divento maleducato ma spiega in effetti come quel semplice numero in realtà sia uno spartiacque importante, un obiettivo o un gradino verso altri obiettivi che non è nè scontato nè facile raggiungere.

Ecco perchè al contrario di altre corse in cui la gamba è venuta fuori “da sola” e anche qualche PB insperato, stavolta vi racconto la storia di un PB voluto, cercato, sudato, quasi perso, conquistato, goduto, pianto.

 

 

 

Sabato sera solita cabala con pizza e nanna presto.

Sveglia e seconda cabala: la cacca. Non mi inoltro troppo ma sappiate che è probabilmente l’argomento più chiacchierato tra i runners nelle ore precedenti ad una gara.

Colazione con the e fette biscottate con marmellata come al solito, mi vesto e via al ritrovo. Le bimbe le lascio dormire stavolta averle al traguardo sarebbe stato un sogno, ma non ne valeva la pena 🙂

 

Ci vediamo in 20-30 amici per limitare le macchine con cui spostarci e poi via che Reggio ci aspetta. Giusto per dare un idea dei diversi gradi di tensione, c’è chi arriva già cambiato (incluso marsupietto) e chi ha lasciato a casa il Garmin…

Mezzoretta scarsa di chiacchiere e arriviamo. Nella notte devono aver spostato la latitudine di Reggio perchè ci sono almeno 4 gradi percepiti in meno che a Bologna. Amen, la giornata è limpidissima e sembra perfetta.

Arriviamo in 5 minuti al palazzetto dello sport dove in cima ad una interminabile salita di gradoni (avete presente quando nei vecchi Topolini ti facevano notare un particolare non trascurabile importnate per la storia? Ecco ricordatevi questo pezzo) tra una risata, mille foto e cento cori ci cambiamo, appuntiamo il pettorale e aspettiamo l’ora della partenza.

 

 

 

Foto ufficiale 8:30, scappatina ultima in bagno, incredibilmente tra i quasi 3000 incontro Giorgins (corre in casa pronto a strabiliare) e mi dirigo in griglia. Il buon pres (leccaculo cit.) mi ha messo davanti, sapendo che oggi vorrei correre per un tempo importante, trovo Pullega dietro i palloncini delle 3:30, proviamo a correre insieme.

Conto alla rovescia, solito brividino, sparo e si parte. Sono fagocitato dalla folla e i 10 centimetri che mi separavano da Fabrizio sono diventati 10 metri. lo raggiungo dopo quasi 2 km con uno scatto a 4:25. Ho esagerato lo so, ma so anche quant’è importante per la testa correre i primi km in compagnia se no non passa più… giretto in centro e ci dirigiamo verso la campagna e passiamo per San Rigo. Giriamo forte, troppo forte forse, ho studiato il percorso e dal 9-10km sale, poco, con qualche strappetto ma sale e bisogna rispettarlo o si paga inserobilmente.

 

 

 

 

Saltiamo il ristoro dei 5 km (già provvisto di sali) e continuiamo la nostra galoppata intorno ai 4:50.
Passiamo al 10km in 48:39, decisamente troppo veloci. “Fabri io rallento un attimo”, “ma si tranquillo rallento anche io…” mi stacco andando ai 5:00 lui non ha mollato niente 🙂

 

 

 

Cominciano i sali e scendi di campagna, cerco di andare regolare senza forzare la gamba e accorciare il passo in salita mentre in discesa di lasciare la gamba. Intanto lo vedo, Pullega è sempre lì nel mirino e il mio minutino di vantaggio sull’obiettivo è al sicuro. 18esimo km e finisce la prima parte di salita, un po’ di discesa che fa benissimo a morale e gambe. Pullega sempre avanti a vista (30-40 secondi) e palloncini delle 3:30 che arrivano e piano piano rosicchiano secondi.
Arrivo al ristoro dei 20, primo gel, ho saltato il gel dei 10 perchè lo stomaco dava segnali diciamo contrastanti e non scendiamo in particolari. Arriva la mezza in un attimo e i ragazzi delle staffette che aspettano il loro turno mi salutano calorosamente. 1:44:00 sempre 1 minuto di vantaggio sulla tabella di marcia.

Mi sento bene, ma cominico a sentire la stanchezza, tengo un ritmo molto regolare mentre mi raggiungono i palloncini e non capisco se sto trattenendomi per la fine o se in realtà non ne ho molto di più.

 

 

 

Mi attacco ai palloncini che vanno più veloci però e recuperiamo tanto terreno su Pullega che vedo sempre li davanti.

Il passo di 4:50 è decisamente troppo, sfrutto un passaggio in salita per prendere il mio ritmo e staccarmi. Primo km decisamente sopra la media di crocera a 5:13 al ma c’era una bella salitina.
I palloncini mi staccano e recuperano Fabri che vi si accoda. La giornata è ancora splendida, tolgo guanti e manicotti si stà benissimo, non fosse che sto aspettando la tanto agoniata discesa. Sta arrivando, lo so ma prima ancora qualche curva tra i campi e un deciso strappo dopo il 28esimo. Finisce, è finita. La salita è finita, ora tutto discesa.

Torno sul passo dei 5:00 scarsi e mi involo verso il ristoro dei 30. Secondo gellino pronto. Pullega è sempre più vicino, al ristoro gli piombo addosso gli urlo “Dai Fabri dai che andiamo” ma ha finito la benzina. Una rincorsa durata 21km e conclusa in un amen. non ho più il mio faro davanti e faccio fatica a trovare il ritmo giusto, le gambe poi cominciano ad indurirsi finchè non arriva lui.

 

 

 

Mi viene in contro come un angelo protettore, San Marco da Castelvetro. Mi raggiunge e sorride. “Ho capito presto che non avevo le 2:44 e allora preferisco correre con gli amici…”.

Non potrei essere più felice, comincia letteralmente a tirarmi, al ristoro del 35 si ferma a prendermi da bere, non ci perdo neanche 1 secondo. 4:54, 5:01, 5:04. stiamo andando benissimo.

Ai 35 passo in 2:53:30 con ancora 45 secondi di vantaggio, ma arriva un semplicissimo ma enorme cavalcavia. 36esimo km, muscoli stanchi e dure da un po’, in discesa provando a lasciare andare le gambe si induriscono ancora di più, salgo con passi piccolissimi mentre Marco mi incita instancabilmente.

Troviamo anche Enrico e i primi capponi tifosi dell’arrivo la foto che mi fa è eloquente di quante fossi al limite e concentrato, forse anche troppo. 37 in 5:18 e margine che si assottiglia.

 

 

Altre due curve ed entriamo nel parco, non fossi alla canna del gas sembrerebbe anche carino. Cerco di stare lì con la testa, Marco non solo mi incita, ma mi fa anche ridere vederlo impacciato ai 5:00 quando il suo ritmo di riposo tra ripetute è probabilmente 4:05. Stringo i denti e passo dopo passo ci avviniamo.

Sto maledetto parchetto è tutto un su e giù, un toccasana per chi ha i muscoli appesi ad un filo. Mi aspetto un crampo da un secondo all’altro 5:04, 5:10, 40esimo km in 5:28.

Finito. Buio. il muro è arrivato, alla fine quasi ma è arrivato. Vantaggio sparito, testa, gambe e fiato tristemente inchiodate ad un ritmo troppo alto.

Ed è lì che quella maledetta vocina che soffocavo da chilometri si materializza: “Sai cosa, il mio personale fatto a Firenze era 3:45, l’ho polverizzato. 3:29 o 3:31 cambia veramente qualcosa? cerchiamo di non sbragare, evitiamo il crampo e stiam ben sereni”.

 

Marco si gira e mi vede, probabilmente capisce. “Dai Poz non mollare, sai che feste stasera la Maty?”.

Cazzo ha giocato il carico pesante. Al 40esimo km, alla frutta, usare la carta figlia+coccole non dovrebbe essere consentito. Provo a reagire, ma tanto non ne ho.

 

 

E invece le gambe cambiano ritmo. Complice una leggerissima discesina il Garmin che controllo compulsivamente ogni 200 metri da almeno 30 minuti segna 5:00/km.

San Marco vede la reazione e mi sprona ancora di più: “è solo una ripetuta Poz, 1,5 km e poi finita”.
Mi concentro sulla parola FINITA e chiudo gli occhi, sai cosa vocina maledetta 3:29 o 3:35 cambia poco, se deve venirmi un crampo che venga, ma io ci provo e do tutto.

 

Entriamo in città, ci accoglie il Pollo Paolo che a fatica saluto. C’è clima da arrivo, tutto sembra girare meglio.

 

 

41esimo in 5:04 ma ora guardo solo quanto manca e vado a gambe sciolte.
Non finisce mai, è solo 1 chilomtro, ma provate a fermarvi davanti ad una sacher dopo 40 giorni di quaresima e contate fino a 300 prima di poterla mangiare, è un’eternità.

 

Stiamo arrivando, vedo il traguardo. 42esimo in 4:48. Non capisco più nulla, strattono più volte Marco, ce l’abbiamo fatta, pensavo fosse andata e invece ce l’abbiamo fatta, ultimi 200 di goduria pura (scoprirò poi di averli fatti a 4:22…)

3:29:47. Finita. ci abbracciamo, non ho la forza per ringraziarlo, ma lo capisce.
Chi dice che correre è uno sport individuale e non di squadra, probabilmente non è mai stato nella squadra giusta…

 

 

 

 

Alzatacce, fatiche, ripetute, km e km, mesi di preparazione ma è andata. E ora posso anche parlare di corsa 😉

 

Ah no finita no, vi ricordate i gradoni? Ecco la mia borsa è lassù, io sono quaggiù e anche le docce sono quaggiù.

Salire e scendere 2 volte. Peggio che correrla di nuovo,  ma almeno adesso possiamo andare a festeggiare.

 

 

 

PS: qualcuno mi spiega perchè proprio questa corsa Garmin Connect non me l’ha sincronizzata con Strava…